venerdì 31 ottobre 2025

Halloween... tra ombre, risate e immaginazione

 

Quest’anno Halloween ha cambiato forma.
Niente feste fuori casa, niente corse da un luogo all’altro: l’influenza ha rallentato tutto e ha chiesto una pausa forzata. Ma non ha spento la voglia di giocare, trasformare, immaginare.

Così la casa si è riempita lo stesso di pipistrelli alle pareti, luci soffuse, piccoli dettagli neri e arancioni. I travestimenti non sono rimasti nell’armadio: sono usciti, hanno preso spazio, hanno acceso risate e fotografie un po’ teatrali. Anche restando fermi, si può muovere molto.

Halloween ha questo potere sottile: permette di esplorare il “diverso” in modo leggero. Ci si maschera, si diventa altro per qualche ora, si gioca con ciò che normalmente fa un po’ paura… ma senza esserne travolti. È una festa che allena l’immaginazione e, allo stesso tempo, il coraggio. Quello di guardare il buio sapendo che è solo un gioco.

Qualche curiosità che adoro di questa festa, oltre alle origini che avevamo già approfondito:

  • in molte culture moderne Halloween è diventato un momento per ridere delle paure, renderle più piccole, più gestibili

  • travestirsi non è solo “fingersi altro”, ma sperimentare ruoli, emozioni, posture diverse

  • il confine tra spavento e divertimento è sottilissimo: imparare a starci sopra è un esercizio prezioso

Alla fine non conta dove si festeggia, ma come.
Se c’è spazio per creare, inventare, stare insieme e ridere, allora la festa succede comunque. Anche tra quattro mura. Anche più piano. Anche così.

Un Halloween diverso, ma non meno vivo.

sabato 11 ottobre 2025

Il Tempo che da sapore alle cose. Acetaia Giusti a Modena

 

Entrare in un’acetaia è come abbassare la voce senza che nessuno lo chieda.
L’aria è densa, profuma di legno, di mosto, di attesa. Non è un luogo che corre: qui tutto invita a rallentare.

La visita all’acetaia tradizionale di Modena è stata una di quelle esperienze che si infilano sotto la pelle piano piano. Non tanto per la quantità di informazioni, quanto per il modo in cui il tempo viene raccontato. Un tempo diverso da quello a cui siamo abituati: lungo, paziente, stratificato.


L’aceto balsamico tradizionale nasce da un processo semplice solo in apparenza. Il mosto cotto viene trasferito in una serie di piccole botti, cinque, sette, a volte qualcuna in più, ciascuna fatta di un legno diverso: rovere, castagno, ciliegio, ginepro. Ogni essenza lascia la sua impronta, come una voce che si aggiunge al coro.

Anno dopo anno, il liquido viene travasato da una botte all’altra, sempre un po’ più piccola. E le botti non vengono mai pulite. Non per dimenticanza, ma per scelta. Quel residuo che resta dopo ogni prelievo continua a vivere, a “mantecare” con il nuovo ingresso.
Così l’aceto non ha solo l’età di chi lo produce, ma quella della botte stessa. A volte decenni. A volte generazioni.



Scoprire che, per tradizione, molte famiglie modenesi custodiscono la propria acetaia in soffitta ha aperto uno squarcio bellissimo su un modo di vivere il sapere. Non serve tanto spazio. Serve costanza. Serve fiducia nel tempo. Serve accettare che il risultato non sia immediato, e che forse non sarà nemmeno per noi.

Camminando tra le file di botti, osservando i gesti lenti, ascoltando storie che intrecciano famiglia, territorio e stagioni, è emerso qualcosa che va oltre l’aceto.

Qui il tempo non è un ostacolo da aggirare, ma una parte attiva del processo. Fa il suo lavoro in silenzio, mentre la vita va avanti.

Portarsi a casa questa esperienza non significa ricordare ogni passaggio tecnico, ma trattenere un’idea: alcune cose maturano solo se lasciate in pace.
E non tutto deve essere accelerato per avere valore.

Un appunto sul diario, oggi, parla di botti, soffitte e attese.
E di come certe tradizioni riescano ancora a insegnare senza mai alzare la voce.