venerdì 26 aprile 2024

Sicilia, tra mandorli, pietra e memoria

 


Una gita in Sicilia, nata quasi in punta di piedi per andare a trovare i nonni, si è trasformata, come spesso accade, in un viaggio dentro il tempo. Di quelli che non hanno bisogno di programmi rigidi, perché sono i luoghi stessi a parlare e a guidare i passi.


Ad Avola siamo entrati al Museo della Mandorla. Un luogo piccolo, curato, capace di raccontare una storia fatta di gesti ripetuti per secoli. Le macchine antiche, i cesti intrecciati, i gusci sparsi sui tavoli: tutto parla di lavoro paziente, di stagioni che tornano, di mani che sanno cosa fare senza fretta.

 


Fuori, i mandorli con i frutti ancora acerbi ricordano che prima di ogni prodotto c’è una pianta, un territorio, un equilibrio sottile tra natura e uomo. È uno di quei posti che non spiegano: mostrano.


Poi Siracusa.

Ortigia accoglie con la sua luce chiara e il rumore dei passi sui vicoli di pietra. Qui la storia non è mai separata dalla vita quotidiana: il Duomo, che ingloba un antico tempio di Atena, sembra dirti che nulla si cancella davvero, tutto si trasforma. La Fonte Aretusa, con i suoi papiri, sorprende ogni volta: acqua dolce che nasce a pochi metri dal mare, mito e natura che convivono senza chiedere spiegazioni.


Attraversando il ponte si entra in un altro tempo ancora, quello del Parco Archeologico della Neapolis.

Il Teatro Greco domina lo spazio con una forza silenziosa, mentre le cave di pietra raccontano un passato fatto anche di fatica e ombre.


All’Orecchio di Dionisio ci siamo stati davvero, anche se il buio non ha permesso fotografie. Ma forse è giusto così: alcuni luoghi vanno vissuti più che documentati. Il silenzio, l’eco, quella sensazione strana di essere ascoltati dalla roccia stessa… restano impressi senza bisogno di immagini.

 


Camminare tra queste pietre fa nascere domande spontanee: come vivevano, cosa vedevano, che suoni riempivano questi spazi? Non servono risposte immediate. Basta lasciare che la curiosità faccia il suo lavoro.

Questa Sicilia ci ha regalato ancora una volta la possibilità di intrecciare quotidiano e passato, famiglia e scoperta, lentezza e meraviglia.
Un promemoria semplice ma potente: la storia non è mai lontana. A volte basta fermarsi, guardare meglio, e ascoltare.

 




lunedì 8 aprile 2024

Orienteering. Mappe spiegate a terra, passi curiosi e la gioia della scoperta

 

Ci sono mattine in cui lo zaino pesa poco e dentro c’è soprattutto voglia di esplorare. Una gita così: mappe spiegate su un tronco, indici da interpretare, sentieri che invitano a scegliere, natura che accompagna senza fretta. L’orienteering ha questo dono sottile: mette insieme orientamento e avventura, concentrazione e gioco, senza separare il corpo dalla testa.


 



Si cammina, si osserva, si torna indietro se serve. Qualcuno corre avanti, qualcun altro si ferma a ricontrollare un dettaglio. Le decisioni nascono lì, tra un segno sulla carta e un albero che diventa riferimento. E intanto si ride, si negozia, si prova. Il percorso non è solo quello sulla mappa: è anche quello che prende forma mentre si collabora, si sbaglia e si aggiusta il tiro.



In mezzo, la natura fa la sua parte. Accoglie, sorprende, mette alla prova. C’è il tempo per ascoltare, per toccare, per guardare il lago cambiare colore con la luce. E c’è sempre spazio per il gioco, perché l’apprendimento che resta è quello che passa dal piacere di esserci.

Vederli all’opera è una fortuna silenziosa. Non per il risultato finale, ma per l’energia che nasce quando ci si sperimenta davvero. Passi curiosi, mappe un po’ stropicciate, occhi attenti. E la sensazione bella che, insieme, si può andare lontano, anche solo di qualche metro, con fiducia.



mercoledì 3 aprile 2024

Fare con le mani (uno sgabello), credere in sé


C’è un momento preciso in cui il legno smette di essere solo legno.

Succede quando lo si misura, lo si carteggia, lo si tiene fermo con una mano mentre l’altra impara a usare un attrezzo. Succede quando il tempo rallenta e l’attenzione si fa piena.


Questo percorso di falegnameria è iniziato mesi fa, passo dopo passo, senza fretta. Tavole grezze, chiodi storti, tentativi, errori, mani che prendono confidenza. Ogni incontro ha lasciato qualcosa: un gesto più sicuro, uno sguardo più concentrato, una postura diversa davanti al lavoro.


 



E poi, un giorno, lo sgabello è lì.

Solido. Reale. Utilizzabile.

La cosa che colpisce di più non è l’oggetto in sé, ma ciò che rappresenta:
“Io lo posso fare.”

In un’epoca in cui molte competenze si stanno perdendo — e con loro il contatto diretto con la materia — creare qualcosa con le proprie mani diventa un atto potente. Non nostalgico, ma profondamente attuale. Perché il fare manuale non è solo pratica: è pensiero che prende forma, è coordinazione, è pazienza, è fiducia che cresce.

Il cervello lavora in modo diverso quando le mani sono impegnate a costruire. Si attivano connessioni, si allenano la perseveranza e la capacità di stare in un processo, dall’inizio alla fine. Senza scorciatoie.

Alla fine resta uno sgabello, sì.
Ma resta soprattutto la sensazione di aver attraversato qualcosa, di aver costruito non solo un oggetto, ma una consapevolezza silenziosa: quella che nasce quando si scopre di essere capaci.

Ed è una sensazione che non si dimentica facilmente.