Ci sono mattine in cui lo zaino pesa poco e dentro c’è soprattutto voglia di esplorare. Una gita così: mappe spiegate su un tronco, indici da interpretare, sentieri che invitano a scegliere, natura che accompagna senza fretta. L’orienteering ha questo dono sottile: mette insieme orientamento e avventura, concentrazione e gioco, senza separare il corpo dalla testa.
Si cammina, si osserva, si torna indietro se serve. Qualcuno corre avanti, qualcun altro si ferma a ricontrollare un dettaglio. Le decisioni nascono lì, tra un segno sulla carta e un albero che diventa riferimento. E intanto si ride, si negozia, si prova. Il percorso non è solo quello sulla mappa: è anche quello che prende forma mentre si collabora, si sbaglia e si aggiusta il tiro.
In mezzo, la natura fa la sua parte. Accoglie, sorprende, mette alla prova. C’è il tempo per ascoltare, per toccare, per guardare il lago cambiare colore con la luce. E c’è sempre spazio per il gioco, perché l’apprendimento che resta è quello che passa dal piacere di esserci.
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