venerdì 28 marzo 2025

Apprendisti scultori, tra gesso e immaginazione

Anche questo mese le Gallerie d’Italia sono diventate un luogo da abitare con lentezza. Sale ampie, silenzi che parlano, opere che non chiedono di essere spiegate subito ma osservate, sentite, attraversate.


Il tema era quello degli apprendisti scultori. Un invito semplice e potente: entrare nel mestiere, prima ancora che nell’opera finita. Scoprire che dietro il marmo perfetto c’è un lungo dialogo fatto di tentativi, errori, mani che provano. Proprio come facevano gli scultori di un tempo, che lavoravano prima il gesso, studiavano le forme, sperimentavano volumi, e solo dopo affrontavano la materia definitiva.


Camminando tra le sale, lo sguardo si è posato sui dettagli: un gesto appena accennato, una piega, una superficie non del tutto levigata. È lì che si intuisce il lavoro, il pensiero che precede la forma. Ed è lì che l’arte diventa accessibile, vicina, possibile.


Poi il laboratorio. Tavoli condivisi, materiali semplici, mani curiose. Il gesso come materia di passaggio: morbido, trasformabile, pronto a prendere forma senza pretendere perfezione. Le formine nascono una alla volta, ognuna diversa, ognuna giusta così. Non copie, ma prove. Come in bottega.


C’è qualcosa di profondamente educativo in questo gesto antico: fare prima una prova, concedersi di sperimentare. Non per arrivare subito al risultato, ma per capire il processo. Per sentire che creare è anche ascoltare la materia, accettare i tempi, lasciare spazio all’immaginazione.

Si esce da qui con le mani un po’ sporche e la testa piena di immagini. E con un’idea che resta: l’arte non è solo ciò che si guarda, ma ciò che si fa. Anche quando è imperfetto, anche quando è solo un primo tentativo.

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