Sul tavolo c’è un piccolo caos ordinato: fogli umidi, pennelli appoggiati di traverso, vaschette d’acqua colorata e un computer acceso di lato.
L’acquerello ha questo potere: rallenta tutto. Anche chi guarda.
Non è il mio modo preferito di vivere l’apprendimento, attraverso uno schermo. Lo ammetto senza difficoltà. Eppure sarebbe poco onesto ignorare le possibilità che, a volte, si aprono proprio lì.
In questo caso, brevi lezioni in lingua inglese sull’uso dell’acquerello. Poche parole, gesti chiari, immagini che accompagnano. Il linguaggio diventa strumento, non protagonista. Serve per capire come diluire, come aspettare, come lasciare spazio all’acqua senza controllarla troppo.
Intanto succede altro: l’orecchio si abitua a suoni nuovi, le parole smettono di essere “straniere” e iniziano a diventare familiari. Senza sforzo, senza schede, senza l’idea di dover “imparare qualcosa”.
Il bello è tutto lì: nel vedere come il colore trova la sua strada sulla carta, mentre una lingua diversa scorre sullo sfondo, quasi in punta di piedi.
Non c’è un risultato da raggiungere. Solo un tempo abitato bene.
È uno di quei momenti che non fanno rumore, ma lasciano traccia.
E forse, alla fine, è questo che cerco più spesso: occasioni semplici, imperfette, reali.
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