martedì 27 maggio 2025

Corpi in scena, emozioni in ascolto

 

L’anno accademico sta arrivando alla sua fine.
Non perché tutto si fermi davvero, qui il tempo non si misura a mesi o a pause, ma perché alcune esperienze seguono un ritmo preciso, e oggi quel ritmo chiede di rallentare e guardare indietro.

Le lezioni di teatro si sono concluse così: con una piccola restituzione, semplice e autentica. Un frammento di ciò che è stato seminato durante l’anno.
Movimenti, esercizi, giochi di ascolto, presenza. Nulla di costruito per “fare scena”, tutto pensato per stare insieme, per abitare lo spazio, per trovare il proprio posto accanto agli altri.


L’insegnante ha accompagnato questo percorso con una qualità rara: accoglienza vera, gentilezza ferma, attenzione costante. Una guida che sa tenere il gruppo senza mai schiacciarlo. E questo si vede. Si sente. Rimane.

Durante la rappresentazione non c’era l’idea di una performance, ma quella di un racconto condiviso. Ognuno portava qualcosa: un gesto, una voce, un’esitazione, un sorriso improvviso. Ed era tutto giusto così.


Il teatro ha questo potere silenzioso: insegna senza dichiararlo.

Allena l’ascolto, la fiducia, la capacità di stare dentro un errore senza scappare. Chiede presenza, chiede coraggio, ma lo fa con leggerezza.

Vedere questo percorso arrivare a una sua naturale conclusione è stato emozionante. Non per il risultato, ma per il cammino. Per quello che è cresciuto senza fare rumore.




sabato 17 maggio 2025

Ci vuole orecchio e... tempo per ascoltare

L'arte si può ascoltare?

Alla Galleria d’Italia l’incontro si intitolava “Ci vuole orecchio” e già dal nome prometteva qualcosa di diverso. Non una visita tradizionale, ma una piccola caccia al tesoro fatta di suoni: rumori, musiche, frammenti sonori da riconoscere e collegare alle opere.


Prima ancora dello sguardo, veniva chiamato l’ascolto. Quello attento, lento, curioso.

È sorprendente vedere come il silenzio cambi qualità quando si è davvero in ascolto. I corpi si fermano, le orecchie si tendono, le immagini arrivano dopo, quasi come una conseguenza naturale. Riconoscere un’opera non perché “la si sa”, ma perché qualcosa ha vibrato prima dentro.


Il laboratorio è stato un altro passaggio delicato e potente: musica che scorre, emozioni che emergono, mani che cercano un segno. Un disegno sonoro, fatto di gesti grafici più che di forme corrette. Linee che seguono il ritmo, colori che nascono da una sensazione, non da un’istruzione.


In questi spazi succede una cosa preziosa: si scopre che l’arte non chiede risposte giuste, ma presenza. Che ascoltare è un atto creativo. Che il corpo intero può diventare strumento, orecchio, mano, respiro.

Si esce con meno parole e più risonanze addosso.
E con la sensazione che, ogni tanto, educare lo sguardo passi prima dal saper ascoltare.




giovedì 15 maggio 2025

In equilibrio tra alberi e cielo

 

Il bosco aveva quel silenzio vivo che ti accompagna senza distrarti. Imbraghi, moschettoni, corde tese tra un tronco e l’altro. Un parco avventura non nasce con l’etichetta di “didattico”, eppure diventa uno spazio in cui il corpo pensa, misura, decide.

C’è un momento preciso, lassù, in cui i piedi cercano l’appoggio e le mani stringono forte. Non è solo gioco: è attenzione, è coordinazione, è ascolto di sé. Ogni passaggio richiede presenza. Ogni passo avanti nasce da un piccolo atto di fiducia.


Il coraggio non fa rumore. Arriva piano, spesso dopo un’esitazione. Si costruisce restando, provando, respirando. E la resistenza non è solo fisica: è stare dentro la fatica senza scappare, accettare di rallentare, riprovare.

In queste giornate all’aria aperta si impara anche così: con il corpo che sperimenta, con l’errore che diventa aggiustamento, con la concentrazione che cresce senza essere chiamata per nome. Nessuna lezione dichiarata, nessun obiettivo da raggiungere. Solo l’esperienza che fa il suo lavoro.

Si torna a casa stanchi e leggeri allo stesso tempo. Con la sensazione che, anche nel puro divertimento, qualcosa abbia messo radici. E forse è proprio questo il bello: scoprire che imparare non ha sempre bisogno di essere programmato. A volte basta un ponte sospeso tra due alberi.



Il Teatro alla Scala di Milano. Tra velluto, musica e meraviglia

 

Entrare alla Scala è come attraversare una soglia invisibile.
Il rumore di fuori resta indietro, e davanti si apre uno spazio che parla sottovoce ma dice moltissimo.

I palchi, uno sopra l’altro, sembrano custodire storie stratificate: voci che hanno cantato, mani che hanno suonato, sguardi che si sono emozionati prima ancora di capire perché. C’è qualcosa che vibra nell’aria, anche quando è tutto fermo. Forse è la memoria della bellezza.


Il museo accompagna con delicatezza: costumi che raccontano epoche, dettagli minuscoli che rivelano quanta cura serva per creare ciò che sul palco dura un attimo. Abiti, spartiti, oggetti… tutto parla di pazienza, di artigianato, di tempo dedicato.

 


Poi lo sguardo si apre sulla sala.

Il velluto rosso, le luci, l’architettura che abbraccia. Non serve spiegare nulla: basta stare. Ascoltare il silenzio che precede la musica, anche se la musica non c’è.

Ci sono luoghi che non chiedono di essere capiti, ma solo attraversati con rispetto.
La Scala è uno di questi.
Un posto che riempie di straordinario senza fare rumore.