L’anno accademico sta arrivando alla sua fine.
Non perché tutto si fermi davvero, qui il tempo non si misura a mesi o a pause, ma perché alcune esperienze seguono un ritmo preciso, e oggi quel ritmo chiede di rallentare e guardare indietro.
Le lezioni di teatro si sono concluse così: con una piccola restituzione, semplice e autentica. Un frammento di ciò che è stato seminato durante l’anno.
Movimenti, esercizi, giochi di ascolto, presenza. Nulla di costruito per “fare scena”, tutto pensato per stare insieme, per abitare lo spazio, per trovare il proprio posto accanto agli altri.
L’insegnante ha accompagnato questo percorso con una qualità rara: accoglienza vera, gentilezza ferma, attenzione costante. Una guida che sa tenere il gruppo senza mai schiacciarlo. E questo si vede. Si sente. Rimane.
Durante la rappresentazione non c’era l’idea di una performance, ma quella di un racconto condiviso. Ognuno portava qualcosa: un gesto, una voce, un’esitazione, un sorriso improvviso. Ed era tutto giusto così.
Il teatro ha questo potere silenzioso: insegna senza dichiararlo.
Allena l’ascolto, la fiducia, la capacità di stare dentro un errore senza scappare. Chiede presenza, chiede coraggio, ma lo fa con leggerezza.
Vedere questo percorso arrivare a una sua naturale conclusione è stato emozionante. Non per il risultato, ma per il cammino. Per quello che è cresciuto senza fare rumore.
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