Il bosco aveva quel silenzio vivo che ti accompagna senza distrarti. Imbraghi, moschettoni, corde tese tra un tronco e l’altro. Un parco avventura non nasce con l’etichetta di “didattico”, eppure diventa uno spazio in cui il corpo pensa, misura, decide.
C’è un momento preciso, lassù, in cui i piedi cercano l’appoggio e le mani stringono forte. Non è solo gioco: è attenzione, è coordinazione, è ascolto di sé. Ogni passaggio richiede presenza. Ogni passo avanti nasce da un piccolo atto di fiducia.
Il coraggio non fa rumore. Arriva piano, spesso dopo un’esitazione. Si costruisce restando, provando, respirando. E la resistenza non è solo fisica: è stare dentro la fatica senza scappare, accettare di rallentare, riprovare.
In queste giornate all’aria aperta si impara anche così: con il corpo che sperimenta, con l’errore che diventa aggiustamento, con la concentrazione che cresce senza essere chiamata per nome. Nessuna lezione dichiarata, nessun obiettivo da raggiungere. Solo l’esperienza che fa il suo lavoro.
Si torna a casa stanchi e leggeri allo stesso tempo. Con la sensazione che, anche nel puro divertimento, qualcosa abbia messo radici. E forse è proprio questo il bello: scoprire che imparare non ha sempre bisogno di essere programmato. A volte basta un ponte sospeso tra due alberi.
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